venerdì 20 aprile 2018

Maldive: GOIDHOO - HIMMIYA FALHU - RASFARI

Venerdì 13 aprile percorriamo le 37 miglia della tappa da Dharavandhoo a Goidhoo ancora una volta interamente a motore; c’è poca aria, fa un gran caldo, ma per fortuna siamo protetti dal grande tendalino che copre la tuga di poppa. Nel tragitto peschiamo un piccolo tonnetto da 20 centimetri; memore dell’esperienza precedente, lo ributto subito in mare dando modo al fortunato tonnetto di dileguarsi immediatamente con un guizzo. Umberto mi guarda incredulo, ma capisce quando gli spiego che sono stato assalito dai sensi di colpa dopo aver “ucciso” un tonnetto altrettanto piccolo, pochi giorni fa.
La nostra destinazione, Goidhho, è un atollo di forma ovale racchiuso da una barriera corallina affiorante; nella parte nord ci sono quattro isolette abitate. Goidhoo, la più grande, dà il nome a tutto l’atollo ed è dotata di un porto cui piccole navi possono accedere direttamente tramite una stretta pass situata a nord. Poiché non è nostra intenzione entrare in porto, ma stare tranquilli ancorati in laguna, entriamo nell’atollo da sud: la pass non è ben visibile sulla cartografia elettronica, ma noi procediamo senza difficoltà grazie alla traccia di Zoomax… Il WP dell’inizio della pass è 4°48.756’N 72°53.655’E.
Dalla pass sud a Goidhoo ci sono ancora 6 miglia, libere da ostacoli; solo nell’ultimo miglio bisogna prestare attenzione ad alcune macchie di corallo la cui profondità non è certa. Nel tragitto interno peschiamo un combattivo carangide sui 5 kg., che purtroppo riesce a liberarsi mentre tentiamo di agganciarlo con il raffio, lasciandoci a bocca asciutta.
Alle 14.30 ancoriamo ad ovest di Goidhoo, su un fondale sabbioso di 16 metri (4°52.213’N 72°58.890’E); è un posto tranquillo e riparato, con acque limpide. Il cielo purtroppo si è nel frattempo annuvolato, riducendo di molto la magia dei colori; io compio la mia solita breve immersione per controllare la posizione dell’ancora e la catena, ma rimandiamo all’indomani un giro in gommone per lo snorkeling.
La mattina dopo riceviamo la visita di una piccola barca a motore con a bordo due giovani ed un bambino. Sono educati, sorridenti, e curiosi di vedere la barca: in ottimo inglese ci chiedono il permesso di salire a bordo per fare qualche foto. Naturalmente acconsentiamo. Uno di loro ha fatto lo skipper su un catamarano per turisti, l’altro è un istruttore di diving; ci indicano la zona dove si possono vedere le mante e una bella macchia di corallo, segnalata da una boetta, e si congedano con grandi saluti.
Con il dinghy raggiungiamo il porto a nord a circa ¾ di miglio, per visitare il villaggio. Veniamo accolti gentilmente da alcune persone, che ci chiedono se abbiamo bisogno di qualcosa. “Frutta e verdura fresca” dico io. “Qui la potete trovare, ci sono le piantagioni” risponde il più anziano di loro. Due giovani si offrono di accompagnarci nella ricerca. Entriamo in due piccoli empori alimentari, dove troviamo alcuni manghi e null’altro. “Le piantagioni sono lontane, bisognerebbe andarci con il furgoncino” dice uno dei ragazzi. “Non importa, facciamo solo un giretto per il paese” dice Lilli. Ma il ragazzo voleva proprio aiutarci e prontamente telefona a qualcuno per avvisare che desideriamo della frutta; “Proseguite su questa strada, troverete chi vi darà delle banane. E non preoccupatevi di cercarlo, vi riconoscerà lui…”. Infatti dopo qualche minuto di cammino (le strade sono tutte rigorosamente di sabbia, percorse solo da biciclette e motorini) passiamo vicino ad una casa da cui esce un uomo con un mezzo caschetto di piccole banane mature. “Sono un regalo, non dovete pagare niente” si affretta a dire il nostro interlocutore. Ringraziamo, sorpresi da questo gesto di generosità; completiamo il giro al villaggio e ritorniamo al nostro dinghy.
Sulla via del ritorno ci fermiamo sul banco di corallo segnalatoci, ci leghiamo al cavo della boetta, e ci godiamo una mezz’ora di snorkeling al limite delle acque profonde. Il sito è molto bello, con tanti diversi tipi di corallo, vivi e colorati e soprattutto tanti, tantissimi pesci variopinti, di tutte le dimensioni.


Nel pomeriggio la dinette di Refola si trasforma in una premiata forneria: Ornella mi insegna il suo metodo per cuocere al forno una deliziosa ciabatta.
Domenica 15 aprile salpiamo per una tappa di circa 40 miglia alla volta di Himmiya Falhu, a NW dell’atollo Kaafu, dove si trova la capitale delle Maldive, Malè. Superata l’ampia pass fra gli isolotti di Akirifushi e Himmiya con una corrente contraria di 2-3 nodi, il cielo coperto ci rende un po' difficile individuare il passaggio settentrionale di accesso alla laguna di Himmiya. Non abbiamo tracce di altri navigatori passati di qui, ma solo le coordinate degli ancoraggi di Adina e Totem, due barche di cui seguiamo le avventure tramite i loro blog. Procediamo quindi con cautela, Lilli e Umberto di vedetta a prua, e una volta superato il reef, passando su un fondale minimo di circa 6 metri, ancoriamo su fondale sabbioso di 10 metri (4°36.572’N 73°23.415’E). L’acqua è limpidissima ma a mezza marea c’è ancora una corrente nord sui 2 nodi, per cui aspetto un’ora per andare a vedere l’ancora, che trovo completamente affondata nella sabbia.

Il posto è isolato, un ancoraggio nel mezzo del nulla, la corrente ci limita nei bagni, così l’indomani decidiamo di salpare per raggiungere Rasfari, 15 miglia più a sud, altra isoletta dell’atollo Kaafu.
Per evitare di zigzagare tra i reef torniamo in acque profonde, navigando quindi all’esterno dell’atollo. La giornata è, dal punto di vista meteorologico, davvero particolare: il mare è piatto e liscio come l’olio, l’aria è più che mai tersa e trasparente, il cielo sembra più alto e vasto del solito ed è chiazzato da grosse nubi, ad est grigie e minacciose, ad ovest bianche e vaporose. Sopra di noi splende il sole e tutti i colori sono esaltati all’ennesima potenza. Uno spettacolo!
Rientriamo nell’atollo attraverso la pass a sud di Rasfari, per poi accedere alla sua piccola laguna, sul lato est dell’isoletta. Mentre la pass non presenta difficoltà, l’ingresso in laguna è un po’ più arduo. Anche qui non abbiamo tracce da seguire, e la cartografia elettronica non è affatto precisa: in queste situazioni non si può che avanzare con estrema cautela, tenendo un’attenta guardia a prua. Percorriamo lentamente i circa 300 metri del passaggio trovando profondità medie sui 5 metri. Ho segnato alcuni WP per questo tratto: wp1 4°23.534’N 73°21.431’E, wp2 4°23.575’N 73°21.384’E, wp3 4°23.601’N 73°21.377’E.
Risaliamo mezzo miglio lungo il versante ovest della laguna ed ancoriamo su un fondale di sabbia chiara, senza coralli, di 17 metri  (4°24.115’N 73°21.474’E). L’acqua limpida, la totale assenza di corrente, qualche razza dove il fondale risale sui 10 metri, rendono questo posto solitario estremamente piacevole.
Aliamo il dinghy per un giretto di perlustrazione. L’isoletta di Rasfari è disabitata ed ospita solo un’altissima antenna per la propagazione del segnale telefonico; un lungo pontile in legno, in buono stato di manutenzione, collega un moletto in cemento dotato di scalette. Lunghi tratti di spiaggia sono protetti da un basso frangiflutti formato con sassi corallini levigati dal mare.

Quando atterriamo, un giovane ci viene incontro sul pontile. Per un attimo pensiamo che voglia mandarci via, ma ci rassereniamo vedendolo avanzare sorridendo. Lavora per la compagnia telefonica, che periodicamente lo invia qui in missione per controllare l’impianto. 3-4 giorni di lavoro in assoluta solitudine, prima che vengano a riprenderlo per riportarlo a Malè, dove vive. Evidentemente di stare da solo non ne può proprio più: “Sarebbe proibito scendere a terra, ma siete i benvenuti. Basta che non diciate a nessuno che vi ho fatto visitare l’isola, altrimenti mi licenziano”.
Così ci fa da guida. Sotto la grande antenna, seminascoste dalle altissime palme, due costruzioni recenti: in una contiene l’alloggio per i trasfertisti e per le apparecchiature, l’altra il gruppo elettrogeno; una superficie di almeno 200 m2 di pannelli solari fa da tettoia ad un magazzino senza pareti.
Un sentiero in sabbia tra le palme, curiosamente delimitato da centinaia di taniche in plastica verdi, tutte uguali e perfettamente allineati, attraversa l’isoletta fino alla sua estremità meridionale, con una bianchissima spiaggia.
In vena di confidenze, ci racconta che qualche anno fa, all’insaputa della società, aveva portato con sé la fidanzata, cosa che aveva trasformato un impegno di lavoro solitario e noioso in una bellissima ed esclusiva vacanza. Avvertiamo che avrebbe piacere di trattenerci, ma è quasi ora di pranzo e noi vorremmo fare un po’ di snorkeling… solo più tardi, una volta rientrati in barca, ci rendiamo conto con rammarico che per ricambiare la sua ospitalità avremmo potuto invitarlo a bordo a mangiare con noi… peccato, la prossima volta saremo più bravi.
Da qualche giorno si susseguono nel cielo intensi addensamenti nuvolosi, spesso scurissimi, che sembrano preannunciare un peggioramento del tempo. E infatti la notte è segnata da due temporali, con pioggia scosciante e raffiche di vento a 25 nodi, uno da est e l’altro da ovest, ma l’ancoraggio si rivela buono e sicuro.

Ancora una volta, però, il piano di navigazione decreta la fine di questa piacevole sosta; la mattina di mercoledì 18 aprile salpiamo, sotto un cielo coperto, alla volta del piccolo atollo di Rasdhoo.

mercoledì 18 aprile 2018

Maldive : DHARAVANDHOO - magiche immersioni



Come previsto dal piano di navigazione preparato a casa, giungiamo a Dharavandhoo venerdì 6 aprile: in questo caso il rispetto delle date è importante, perché qui arriveranno in aereo i nostri amici genovesi Umberto e Ornella. Sono anche loro armatori di un Amel Super Maramu, ci siamo conosciuti in occasione della traversata atlantica con l’ARC, nel 2008, e da allora siamo sempre restati in contatto. Da Genova voleranno su Malè, la capitale delle Maldive, e un volo locale li porterà su questo piccolo atollo.
La presenza dell’aeroporto rende il “local harbour” di Dharavandhoo molto trafficato: dai numerosi piccoli aerei che arrivano ogni giorno scendono decine e decine di turisti, diretti in grande maggioranza ai tanti resort sparsi nelle isolette vicine, ed è un continuo viavai di water-taxi e navette, a cui si aggiungono barche locali da trasporto merci che si fermano mezza giornata, fanno le consegne e ripartono.
Come abbiamo già detto, è difficile trovare posto all’interno del porticciolo; l’unica sistemazione per una barca a vela è con la prua legata al frangiflutti di NW e l’ancora a poppa, più o meno al centro del bacino. Per un paio di giorni, aspettando l’arrivo dei nostri amici, ci divertiamo ad osservare le abili manovre con cui i comandanti delle piccole navi che entrano ed escono si destreggiano nella ragnatela dei cavi di ormeggio galleggianti.

Nel pomeriggio di domenica 8 aprile, proprio quando ci stiamo preparando per andare a prendere Umberto e Ornella, dal cielo improvvisamente oscurato da nuvoloni neri si scatena una pioggia torrenziale. 15 giorni senza una goccia d’acqua ed ora in 15 minuti si ristabilisce la media delle precipitazioni mensili! Attendiamo qualche minuto sperando in un’improbabile schiarita, poi ci armiamo di mantella antipioggia e k-way e andiamo a terra col dinghy. L’aereo è puntuale, i nostri recuperano velocemente i bagagli, e possiamo tornare in barca, sotto una pioggia fortunatamente un po’ più leggera.
Una volta a bordo è come essere davanti al camino la notte di Natale: dalle valigie di Umberto ed Ornella cominciano ad uscire, oltre ai loro (pochi) effetti personali, strenne di tutti i tipi. Sigarette, sigari, liquerizie, fazzoletti di carta (qui introvabili), parmigiano, caffè, un inverter, ma soprattutto due grandi vasetti di VERO pesto genovese fatto personalmente da Ornella.
Ma oltre a questi “preziosi” arrivano anche i pezzi di ricambio del dissalatore. La riparazione che avevo effettuato in Sri Lanka era parzialmente riuscita, ma c’era una perdita dal circuito ad alta pressione; interpellato, il nostro tecnico italo-francese Philippe mi aveva consigliato di sostituire le teste delle membrane.
Così lunedì mattina Umberto ed io iniziamo il lavoro: dobbiamo smontare il dissalatore e togliere le teste da sostituire. E qui incontriamo la prima difficoltà: le teste non si muovono di un millimetro, nemmeno con la “cagna” (attrezzo multiuso dagli idraulici).  Alla ricerca di qualcosa di utile, facciamo un giro nei piccoli negozi di hardware del paese, senza trovare niente di più di un bullone (che comunque verrà utile). Rientrati in barca sostanzialmente a mani vuote, non possiamo che aguzzare l’ingegno; insisti e persisti, alla fine troviamo il sistema per togliere le teste utilizzando un paranco, il winch, la chiave dei filtri, una fascetta metallica e la cagna.

Operiamo senza troppe difficoltà la sostituzione, ma quando rimonto il tutto ci attende un’amara sorpresa: la perdita di acqua del circuito è più consistente di prima, e questa volta viene dalle altre due teste, posteriori, che credevo sane! Cambiamo gli o-ring due volte e dopo aver notato che semplicemente si tagliavano nel montaggio, ho deciso di sostituire anche queste due teste con ricambi che per fortuna avevo a bordo. È stata dura, ma ce l’abbiamo fatta.  Con la collaborazione ed il sostegno di Umberto, dopo una giornata di intenso lavoro ed almeno 4 litri di sudore, il dissalatore è in opera e funzionante!
Già nei primi due giorni passati da soli a Dharavandhoo Lilli ed io avevamo individuato un posticino per mangiare a mezzogiorno: sul porto, cucina indiana-maldiviana, dove prendiamo un abbondante piatto unico di riso condito con verdure o pesce. Continuiamo ad andarci anche con Umberto e Ornella: ogni pasto ci costa meno di 15 €, non a testa, in tutto!
Martedì incontriamo gli istruttori di diving Virgilio e Jessica; sono tornati dalla fiera di Singapore ed hanno ripreso le loro attività. Sia io che Umberto non facciamo immersioni da 11 anni e condividiamo una certa apprensione all’idea di riprovare; concordiamo con Virgilio di fare un ripasso ed una verifica delle nozioni base, con alcuni esercizi in acque basse, per vedere come va.
Mercoledì pomeriggio facciamo la prima uscita con la barca attrezzata di Virgilio: durante il trasferimento ci fa ripassare segni convenzionali e controllo dell’attrezzatura, poi una volta in acqua ci mette a nostro agio facendoci eseguire esercizi di base (togliere e rimettere la maschera, togliere il boccaglio ed espellere l’aria dai polmoni, compensare la pressione interna delle orecchie). Questa piccola prova ha esito positivo, entrambi ci sentiamo tranquilli e così scendiamo a 25 metri, per un’immersione di 50 minuti.

In breve tempo ci sentiamo, fisicamente, come se 11 anni non fossero passati; sott’acqua vediamo una quantità di pesci di tutti i colori, come avevo visto -forse- solo in Mar Rosso.



Su consiglio di Virgilio, abbiamo usato bombole caricate a Nitrox (aria arricchita di ossigeno al 30%), che in sintesi dà la possibilità, entro la profondità massima di 36 metri, di restare più tempo in acqua; naturalmente ci sono altri aspetti positivi e negativi, che bisogna conoscere. La cosa ci ha incuriosito a tal punto che abbiamo deciso di fare il corso Nitrox: studio di un libretto, visione di un filmato di 40 minuti, esamino con 25 domande quiz ed una seconda immersione a 24 metri.
Anche questa seconda immersione è stupenda: siamo sopra una parete che scende a 30 metri, scendiamo tra i 18 e i 25 metri per infilarci uno stretto canyon, con anse e piccole grotte; intorno a noi, un tripudio di pesci colorati.



Da molto tempo desideravo riprendere le immersioni; in questi anni per mare le occasioni non sarebbero mancate, ma c’era sempre qualche impedimento, primo fra tutti la ritrosia di Lilli che purtroppo dopo un attacco di claustrofobia all’inizio del corso sub non ha più il coraggio di scendere con le bombole. Fortunatamente quest’anno con Umberto, grazie anche alla grande professionalità e sensibilità di Virgilio che ci ha reso tutto facile, sono riuscito a realizzare questo desiderio e ne sono davvero felice. Un’esperienza da ripetere!
La sera del giovedì invitiamo a cena in barca Virgilio e Jessica: dopo averli deliziati con il pesto dell’Ornella facciamo le ore piccole a raccontarci le nostre avventure, salutandoci alla fine come vecchi amici. Ancora una volta ci dispiace non fermarci qualche giorno in più, ma, come al solito, tanti altri luoghi e incontri ci attendono...
L’indomani di buon mattino il prezioso Mustafà viene a nuoto per liberare le cime di ormeggio (fissate sott’acqua). Recuperiamo l’ancora a poppa e, sotto un cielo grigio, riprendiamo la rotta verso sud, alla volta di Goidhoo.

lunedì 9 aprile 2018

Maldive: KANUHURA - DHIDHDHOO - DHARAVANDHOO

Martedì 3 aprile salpiamo da Feevah alle 6.40; è appena l’alba ma dobbiamo percorrere 53 miglia, e vogliamo arrivare con il sole ancora alto.
Persevero nel mettere la traina, anche se fino ad ora non ci ha dato alcuna soddisfazione; questa volta però, verso le 13, arriva l’inconfondibile sibilo del mulinello, che non sentivo da molto tempo. Mi precipito al recupero e senza troppa fatica tiro su un grosso barracuda, sui 5-6 kg; non è un pesce che amiamo, per fortuna dopo pochi minuti vediamo lì vicino un pescatore solitario su una piccola barca, gli faccio cenno di avvicinarsi e gli offro il barracuda che lui accetta volentieri. Il passaggio della preda avviene direttamente, dalla nostra canna alla sua barca, senza neanche fermarci. Grandi saluti e via! Riprendiamo la navigazione e rimetto la traina, sperando di prendere qualcosa di meglio. Illusione...
Alle 16.10 arriviamo a Kanuhura, dove caliamo l’ancora su 14 metri di fondale sabbioso, con qualche macchia di corallo basso, acque limpide (5°31.811’N 73°29.962’E). La cartografia C-Map si rivela alquanto imprecisa, mentre la Navionics, seppure scarsa di dettagli, è almeno correttamente posizionata.  Kanuhura è una piccola isola facente parte dell’atollo Lhaviyani, occupata interamente da un resort e contornata da un esteso reef, interrotto artificialmente in corrispondenza del pontile di attracco cui si accede attraverso un canale segnalato da due luci (rosso a sinistra, verde a destra) e da paletti bianchi. C’è un discreto movimento di idrovolanti e water taxi che caricano e scaricano turisti. La struttura del resort è poco visibile dal nostro ancoraggio (il che è un bene: impatto paesaggistico contenuto), solo di sera si accendono a terra mille luci, quasi vi fosse una cittadina.



Il nostro programma prevede una giornata di sosta, di cui approfitto per completare la pulizia della carena e poi dedicarmi al nostro malato di bordo: l’autopilota.  Smonto l’attuatore, controllo il motore e le spazzole, pulisco il collettore; verifico che, alimentandolo separatamente, il motore funziona.
A questo punto la diagnosi comincia a delinearsi con maggiore chiarezza: il guasto deve essere nella centralina. Ma è un punto delicato e prima di metterci le mani mi piacerebbe avere un parere di un tecnico. Tramite il nostro amico Umberto di Genova (armatore di Be Quiet2, gemella di Refola, e in procinto di raggiungerci in aereo per una breve vacanza alle Maldive) riesco a contattare un tecnico Raymarine di Lavagna: “C’è una semplice prova da fare: metti il pilota in modalità Auto, dai il comando +10 due volte e verifica se ai morsetti di uscita della centralina c’è tensione”. Effettuiamo la prova e la diagnosi è finalmente confermata: il guasto è sulla centralina. La brutta notizia è che, a parere del tecnico, è molto difficile poterla riparare, non esistono nemmeno i ricambi perché non è più in produzione.
Purtroppo non ho alternative: non mi resta che smontare la centralina dell’autopilota secondario e applicarla a quello principale, che avendo l’attuatore direttamente sul timone risulta più potente e preciso. Rimando però l’operazione alla prossima sosta.
Giovedì 5 aprile riprendiamo la navigazione per Dhidhdhoo, altra piccola isola che si trova 10 miglia a SW, sull’estremità dello stesso atollo Lhaviyani.
Nel breve percorso peschiamo nuovamente: questa volta è un tonno, ma lungo appena 20 cm.! Come lo tiro su in coperta, il piccolo tonnetto si libera dall’amo, ed io, inspiegabilmente, lo blocco nel secchio invece di lasciarlo tornare in acqua. Lilli dice che in questi momenti si capisce perché sono le donne e non gli uomini a mettere al mondo i bambini. In effetti devo dire che, a distanza di giorni, ho ancora il rimorso di averlo ucciso.
Alle 12.30 siamo a destino ed ancoriamo su 9 metri di sabbia, con qualche macchia di corallo morto, (5°22.971’N 73°22.909’E); l’acqua è limpidissima e piena di pesci di grandi e piccoli, di tutti i colori.
Dhidhdhoo (altro nome duro per noi da pronunciare, con tutte quelle inutili h) è un’isola disabitata, con molte palme, contornata da un esteso bassofondale a nord e da un lungo reef a sud, che è poi quello che chiude l’atollo Lhaviyani. È un posto rilassante e solitario, dove si apprezzano i bagni nell’acqua chiara e trasparente. Durante la nostra sosta arrivano due barche a motore con a bordo famiglie di locali; fanno un pic-nic sull’isola e se ne vanno prima del tramonto.  
Il giorno seguente lasciamo l’atollo Lhaviyani per spostarci in quello successivo, Baa. La nostra destinazione è Dharavandhoo, a 23 miglia, dove c’è un altro piccolo Local Harbour. Da Anna e Paolo di Zoomax avevamo saputo che vi si trova anche un centro diving italiano, condotto da Virgilio e Jessica, che avevamo contattato già dall’Italia. L’idea è quella di fare con loro un breve corso di ripasso (“Scuba Review”), visto che sono molti anni che non faccio immersioni degne di questo nome. Così, una volta in vista dell’isola, chiamiamo Virgilio per prendere accordi; lo cogliamo in procinto di partire con la moglie Jessica per Singapore, dove pare ci sia una fiera di subacquea. “Non ti preoccupare - dice Virgilio - avviso i miei uomini che ti diano una mano per l’ormeggio; noi torneremo lunedì sera”.
In effetti, quando arriviamo alle 14.10, ci rendiamo conto che ormeggiare in questo porticciolo sarebbe davvero difficile senza assistenza. Nel piccolo bacino, di forma rettangolare, non c’è spazio per stare alla ruota; inoltre tutta l’area di manovra è ingombra di cime galleggianti e del calumo in tessile delle numerose barche in banchina.
Individuiamo subito il collaboratore di Virgilio, che ci fa cenno di portare la prua sul frangiflutti e mettere l’ancora a poppa; mentre armiamo la nostra Fortless 9 con 10 metri di catena + tessile, Mustafà ci raggiunge a nuoto con maschera e pinne. Ci indica il posto in cui calare l’ancora e in apnea fissa a due anelli cementati alla base del frangiflutti (quindi sott’acqua) le nostre due cime di ormeggio di prua. Altri collaboratori del diving arrivano con una piccola barca a motore per completare la messa a punto dei cavi. Lilli ancora si chiede come avremmo fatto senza di loro … ragazzi giovani e molto gentili, che addirittura parlano un po’ di italiano! 



In assenza di Virgilio e Jessica, parliamo con un altro istruttore italiano del loro centro, Raffaele, al quale diciamo che aspettiamo per domenica 8 aprile l’arrivo dei nostri amici Umberto e Ornella per organizzare il nostro corso di “ripasso”.
Nel frattempo mi dedico nuovamente all’autopilota: confermata la diagnosi di guasto alla centralina, provvedo all’espianto dal pilota n.2 e al trapianto sul principale. Un’operazione di pazienza, in cui devo scollegare e ricollegare decine e decine di fili, ma che alla fine riesce perfettamente: il pilota principale è nuovamente funzionante!


venerdì 6 aprile 2018

Maldive: NOLHIVARANFARU - KULHUDHUFFUSHI - FEEVAH


Appena giunti alle Maldive la prima cosa cui dobbiamo abituarci è l’impronunciabilità dei nomi di isole e atolli, per noi veri e propri scioglilingua. Forse il nome di Uligami (piuttosto facile) è stato scelto proprio per non spaventare i nuovi arrivati. Ma già la prima tappa, di 27 miglia, ci porta a Nolhivaranfaru, il cui nome rispetta in pieno lo standard toponomastico del luogo.  
La seconda cosa, decisamente più semplice, cui dobbiamo abituarci è un nuovo ritmo di navigazione, molto più lento: passeremo circa due mesi alle Maldive, spostandoci quasi esclusivamente con tappe giornaliere, da un atollo all’altro, di isola in isola. 
Una terza cosa ci ha sorpreso, in questi primi dieci giorni: l’assenza di vento. Finora abbiamo trovato al massimo una brezza che arriva a 5 nodi, e secondo le previsioni la situazione rimarrà immutata per altre due settimane. Se da un lato questo assicura ancoraggi tranquilli ed acque calme, dall’altro garantisce anche una grande calura ed una grande noia durante i trasferimenti.
Giovedì 29 marzo raggiungiamo infatti Nolhivaranfaru dopo 5 ore di motore su un mare piatto, senza sorprese … nemmeno dalla pesca! Entriamo nella laguna, racchiusa tra l’isola ed il reef: l’accesso è una pass a SW, con fondale minimo di 4 metri, segnalata da un paletto bianco da lasciare a sinistra (WP di ingresso: 6°40.969’N 73°05.920’E). All’interno le profondità sono sui 6-7 metri, i fondali sabbiosi con teste di corallo, alcune delle quali si elevano fino a meno di 2 metri dalla superficie dell’acqua. Come sempre, occorre molta attenzione e assicurarsi una buona visibilità (sole alto e alle spalle).
Troviamo già ancorate quattro barche a vela (due delle quali sono Amel, un 54 e un Santorin), ma c’è molto spazio. 

Caliamo il ferro su 6 metri di sabbia, liberi da “patate” (6°41.309’N 73°06.739’E); l’acqua è più torbida rispetto a Uligamu, con un po' di sabbia in sospensione. Assistiamo ad uno spettacolare tramonto e passiamo una serata e una notte tranquille, illuminate dalla luna già calante, ma ancora molto grande.
Il mattino seguente i nostri vicini partono di buon mattino ed anche noi, non troppo attratti né dal villaggio di poche case né dall’acqua poco trasparente, decidiamo di salpare. Ma ce la prendiamo comoda: la nostra prossima destinazione, Kulhudhuffuschi, è a sole 7 miglia!
Tutti gli atolli delle Maldive sono dotati di almeno un “local harbour”, porto pubblico in cui possono entrare anche le barche da diporto; al contrario, nei porticcioli dei resort è vietato entrare senza autorizzazione, e sembra che spesso non siano troppo felici di accogliere le barche. L’espressione ‘porto pubblico’ non deve trarre in inganno: si tratta di piccoli bacini, protetti da frangiflutti, con banchina in cemento, su cui attraccano traghetti o piccole navi di trasporto merci. Le barche stanno all’ancora, e quindi la capienza è estremamente limitata. Il porto di Kulhudhuffushi è uno dei tre “porti commerciali” esistenti alle Maldive (gli altri due sono a Male, la capitale, e a Hithadhoo, a sud). Il che non significa che sia più grande degli altri, ma solo che per sostarvi bisogna pagare una piccola tariffa.
Al nostro arrivo al molo in cemento, sul versante E del porto, è attraccata all’inglese una grande nave da carico.
In seconda fila, ormeggiata alla fiancata della nave c’è una grande barca a vela con bandiera Vanuatu (!). Un’altra barca a vela è all’ancora, più o meno al centro del bacino.
Il versante W è protetto da un frangiflutti, mentre in fondo al porto, sul lato N, c’è una spiaggia. Effettivamente non c’è posto per più di 3-4 barche, con un massimo di calumo sui 25-30 metri. Calcolando il campo di giro per stare alla ruota, ancoriamo su 6 metri di sabbia (6°36.971’N 73°03.969’E). Dopo di noi arriva il catamarano Tala 2, con la coppia di canadesi conosciuti ad Uligamu, e si mette alla ruota pure lui. Lilli voleva preparare un cartello con scritto “COMPLETO” e metterlo all’ingresso del porto, ma l’ho fermata…
Nel pomeriggio alcune famiglie di locali raggiungono la spiaggia e fanno tranquillamente il bagno a pochi metri da noi. Aliamo il dinghy per fare un giro a terra: troviamo una cittadina animata, con molti negozi e alcuni piccoli supermercati; le tre strade principali sono asfaltate e dotate di illuminazione, mentre tutte le altre sono in sabbia; pochissime le automobili, quasi tutti taxi, peraltro senza clienti, mentre vediamo molti giovani, ragazzi e ragazze, girare a bordo di motorini. Aiutati da Google-Maps (si può vivere senza?) troviamo facilmente uno sportello ATM, dove preleviamo valuta locale. Vorremmo comprare una bandiera maldiviana, di cortesia, perché quella consegnataci dall’agente è grande poco più di un francobollo, ma i negozianti sembrano sorpresi della nostra richiesta: forse qui non sono molto nazionalisti, di bandiere non ne vende nessuno. Rientrando in porto ci rivolgiamo agli agenti della sicurezza, che ci regalano una bella bandiera da 40x30 cm, che ora sventola fieramente sulla nostra crocetta di dritta.  
Il giorno seguente, sabato 31 marzo, è giorno di mercato: dalle isole vicine i contadini portano i loro prodotti, frutta e verdura. Ci alziamo di buon mattino e andiamo a fare acquisti. Il “mercato” è allestito in una piccola piazzetta di fronte all’ATM (dove vediamo una lunga fila di locali in attesa di prelevare). Non ci sono banchi, ma cassette e stuoie distese a terra dove una trentina di persone espongono piccole quantità di ortaggi e frutta. Compriamo melanzane, peperoni, papaie e manghi; i prezzi sono in linea con quelli che troviamo nei nostri supermercati. 
Al nostro rientro un addetto del porto, quasi timidamente, ci invita a passare in ufficio con i documenti della barca, permesso di navigazione e crew list, per registrare la presenza e pagare la tassa portuale (circa 19 € per due notti).
La grande barca a vela con bandiera Vanuatu, che era affiancata alla nave, lascia il porto, salutata dall’intero equipaggio e da festosi segnali sonori. Anche l’altra barca già presente al nostro arrivo salpa e se ne va. Così nel “porto” rimangono solo la nave, il catamarano e noi: il cartello COMPLETO potrebbe essere rimosso.
Domenica 1° aprile è Pasqua, ma qui è un giorno come un altro, ovviamente, perché il 100% della popolazione è musulmana. Come sempre Lilli si alza presto per preparare la colazione; ancor prima delle 7 si accorge che dalla nave stanno urlando ai canadesi del catamarano di accendere il VHF sul canale 16. Fa lo stesso anche lei ed apprende che “in few minutes”, vale a dire tra pochi minuti, la nave dovrà manovrare per uscire dal porto, quindi noi siamo cortesemente pregati di salpare e toglierci di mezzo. Potremo rientrare solo quando la nave sarà fuori. La richiesta è fatta con estrema cortesia ma Lilli ha la sensazione che i canadesi non la prendano bene. Finita la loro comunicazione, Lilli chiama per chiedere alla nave conferma, e assicurare che anche noi ci sposteremo “in few minutes”. Mi tiro su dalla branda, veramente preferirei fare colazione prima di salpare, ma non si può! Salpiamo l’ancora velocemente e insieme al catamarano Tala andiamo fuori.
Dal largo osserviamo che effettivamente la nave aveva bisogno di tutto il bacino per eseguire la manovra; una volta fuori, il comandante ci chiama al VHF per ringraziarci nuovamente della collaborazione e per augurarci buona giornata. Solo a noi, perché i canadesi se ne sono andati…
Rientriamo in porto, ora che lo spazio è tutto per noi, per fare i “giri bussola”, un’altra terapia per il nostro autopilota in coma: consiste nel fare con la barca, ad una velocità inferiore a 2 nodi, tre giri in cerchio. La circonferenza deve essere abbastanza ampia da essere percorsa in un tempo non inferiore a 3 minuti per giro. In questo modo si può correggere la differenza tra i gradi della bussola elettronica e la bussola magnetica della barca.
L’operazione si conclude con successo, ma il malato rimane in coma; sconsolati ma non arresi, mettiamo la prua su Feevah, a 18 miglia.
Arriviamo alle 12.30, naturalmente a motore; ancoriamo circa 300 metri a sud del porticciolo, su un fondale di 26 metri di sabbia dura, con alcune macchie di crosta corallina (6°20.681’N 73°12.313’E).
Qui l’acqua è limpida e si può seguire facilmente la catena, anche a questa profondità; viste le buone condizioni di visibilità, nel pomeriggio mi dedico alla pulizia della carena, che comincia ad avere una patina su cui attecchiscono facilmente denti di cane e patacche di calcare.
Verso sera due locali si avventurano a nuoto dalla spiaggia fino alla barca, per darci il benvenuto e indicarci la strada che dalla spiaggia arriva velocemente al paese; ci dicono che la loro è un’isola “agricola” e che se abbiamo bisogno di frutta e vegetali possiamo trovare ciò che ci serve.
L’indomani scendiamo a terra con il dinghy; andiamo prima a dare un’occhiata al porticciolo, molto protetto e curato, in cui trovano posto una decina di barche da pesca locali. Qui arriva ovviamente anche il traghetto di linea, e c’è una bella “sala d’attesa”, coperta, dotata di aria condizionata e televisore maxi-schermo. Mentre ci guadiamo intorno veniamo avvicinati da Manik, un giovane che si offre di farci da guida a bordo della sua motoretta elettrica a 3 ruote; in un primo tempo esitiamo, dalle immagini satellitari non ci pare che isola e villaggio siano tanto grandi da richiedere una guida, ma lui insiste e quando gli diciamo che intendevamo lasciare il dinghy non al porto ma sulla spiaggia risponde prontamente “Nessun problema, vi raggiungo lì!”.
Sulla spiaggia troviamo infatti Manik ad aspettarci. A pochi metri dal bagnasciuga c’è un capannone in lamiera piuttosto precario, che andiamo a vedere. Si tratta di un rudimentale cantiere: armata di pochi attrezzi, viti e chiodi ma di eccezionale maestria, una piccola squadra di locali sta costruendo una grande barca in legno.
Manik ci invita a salire sulla sua motoretta (Lilli accanto a lui sul sedile di guida, io a cassetta nel “bagagliaio”) e ci porta in giro per il paese.
Fin da subito rivolgiamo un pensiero di ringraziamento ad Anna e Paolo di Zoomax, che sono stati qui due anni fa, non solo perché ci hanno cortesemente inviato le tracce del loro percorso (che stiamo seguendo passo passo), ma anche perché ci hanno segnalato quest’isola come “da non perdere”. Concordiamo in pieno: Feevah ha davvero qualcosa di magico.
Il villaggio ha piccole strade in sabbia, curate e pulite, su cui si affacciano piccole case tutte dotate di giardini con alberi da frutto e adornate con fiori coloratissimi. Le abitazioni più vecchie erano costruite con sassi di corallo di piccolo taglio, cementati, e sono molto belle da vedere, ricordano un po’ i muri a secco che si vedono ancora ogni tanto, dalle nostre parti. Le costruzioni più recenti sono invece in mattone, ma tutte pitturate in meravigliosi colori pastello. Non ci sono automobili, vediamo alcune donne anche anziane a bordo di biciclette, qualche motorino e un paio di tricicli elettrici, come quello del nostro Manik. Non mancano ovviamente la scuola, la sede del Consiglio locale, due moschee (una nuova e quella vecchia in corso di ristrutturazione), la stazione di polizia (tutta dipinta di azzurro). Ovunque è un tripudio di fiori e di colori.



Manik ci racconta di sé: ha lavorato per alcuni anni presso un resort, dove ha imparato qualche parola di italiano, ora come molti altri in paese si dedica alla coltivazione di piante e fiori, destinati ai resort vicini. Ha 37 anni e 3 figli (la più grande diciottenne), ci mostra la sua casa e il suo vivaio, ci presenta la sua famiglia.
Ci conferma la vocazione agricola dell’isola; questa gente ha trovato un buon compromesso: mentre la loro isola resta incontaminata e bellissima, vendono piante ornamentali, alberi da frutto, frutta e verdura ai comandanti delle barche da trasporto che a loro volta le rivendono ai resort. La richiesta è grande e all’apparenza tutti sono soddisfatti.
La nostra guida ci porta a visitare le “piantagioni”, alcune delle quali protette da reti; vediamo colture di zucche, cetrioli, peperoncini, banane, papaie. Molti appezzamenti sono di proprietà della scuola, che li concede in affitto ai locali.
Decidiamo di pranzare in una locanda: “fried rice” (gustoso riso condito coperto da un uovo all’occhio di bue), poi ci vengono offerti dolci e cocco; dopo l’assaggio, acquistiamo dei manghi di una qualità arancione, molto apprezzati, che i resort pagano 13 US$/kg. Veramente buoni e dolcissimi, ma anche cari.
Chiediamo a Manik se è possibile acquistare 40 litri di gasolio; non c’è una vera e propria stazione di servizio (per quali clienti?) ma con un paio di telefonate ci trova il gasolio (a 0,83 US$/litro), che ci consegnerà alle 16 al porto, in taniche.
In conclusione, Feevah è proprio un angolo di paradiso, e tale speriamo che resti a lungo.

martedì 3 aprile 2018

Arrivati a Uligamu, MALDIVE!


Preparandoci a lasciare Galle e lo Sri Lanka facciamo la conta dei danni subiti durante la sosta di 12 giorni in questo “marina” dominato dalla risacca: due molle in gomma applicate alle cime di ormeggio distrutte e tre cime rosicchiate dagli anelli del molo (saranno da accorciare).

La mattina di sabato 24 marzo siamo pronti a salpare per raggiungere le Maldive. Prima di noi mollano gli ormeggi Gary e Maurizio, diretti senza soste in Madagascar.

Ci rendiamo presto conto che la discreta finestra meteo annunciata dalle previsioni è volata durante la notte: dovevano essere venti leggeri da nord sugli 8-10 nodi, un bel traverso per tre giorni, invece troviamo 5-6 nodi da SE e da E, che ci danno un apparente al gran lasco e poppa di 2-3 nodi. Morale della favola: tre giorni esclusivamente a motore!
Come se non bastasse poco dopo la partenza ci accorgiamo che l’autopilota principale, forse ubriacato dalla risacca, non risponde più ai comandi. Non ci facciamo troppo deprimere dalla situazione, attiviamo il secondo autopilota e ad una media di 6 nodi, con il motore a 1500 giri, in 3 giorni e 6 ore percorriamo 454 miglia fino ad Uligamu, l’isola più a nord delle Maldive, dove è possibile espletare le pratiche d’ingresso.
Martedì 27 ancoriamo circa 500 metri a SSW del porticciolo, su un fondale di sabbia di 17 metri (7° 04.746’ N, 072° 55.228’ E).

L’acqua è limpidissima e finalmente dopo tanto tempo mi gusto il primo bagno, per controllare l’ancora e il fondale intorno alla barca. Ci sarebbero state alcune belle chiazze di sabbia con profondità minori, sui 4-6 metri, ma sono contornate da reef e teste di corallo, alcuni delle quali si alzano dal fondo in misura dubbia; meglio non rischiare e stare liberi in acque profonde. La cartografia Navionics e C-Map, scarsa di dettagli, non rende l’immagine del porto, ma vediamo un grande traghetto entrare attraverso un canale scavato nel reef, segnalato da paletti bianchi.



Issiamo la bandiera gialla, proviamo a chiamare al VHF, sul canale 16, la Custom, ma non riceviamo alcuna risposta; mentre ci chiediamo come procedere, ecco apparire una piccola barca a motore con a bordo tre personaggi in divisa ed il nostro agente Assad, un giovane sulla trentina, che si rivelerà molto preparato e premuroso.
Le pratiche si svolgono rapidamente; Assad, cui avevamo inviato via mail tutti i documenti, aveva preparato copie per tutti: dogana, immigrazione, esercito (sì perché qui non sale a bordo un ufficiale della Capitaneria ma un militare con tanto di tuta mimetica e stivaloni neri). C’era solo da apporre le firme su tutte le copie e suggellarle con il timbro di Refola, che all’inizio del giro credevamo una civetteria mentre invece è cosa estremamente utile, da Panama in poi.
Assad che conosce le esigenze dei naviganti, era venuto a bordo già dotato di una sim-card locale per noi: 27 US$ per 5 giga di dati validi 30 giorni, con il segnale velocità 4G distribuito in quasi tutte le isole.
Esperite le formalità mi dedico al malato di bordo, il pilota principale, che purtroppo non reagisce ad alcuna cura: ho provato a riprogrammare le funzioni di base, ho smontato e controllato il trasduttore, ma niente da fare, il malato sembra in coma, per il momento lo teniamo sotto controllo.
Il giorno seguente abbiamo appuntamento con Assad al porto per ritirare il permesso di navigazione e organizzare il rifornimento di gasolio; ci accompagna in una piccola locanda dove ci sorprende offrendoci, a titolo di benvenuto, tartine e dolci accompagnati da bevande fresche.
Altrettanto siamo favorevolmente colpiti vedendo che il conto che ci ha preparato corrisponde esattamente al preventivo di molti mesi fa: 995,77 US$ per il primo mese di permanenza, a cui vanno aggiunti 212,63 US$ per il secondo mese, per un totale di 1208 US$ (importo comprensivo di quote governative, agenzia e tasse).

Assad ci fa presente che se andiamo a Malè, la capitale, dobbiamo ottenere (e pagare) un permesso di navigazione extra (150 US$); possiamo decidere anche in seguito e contattare eventualmente il suo collega di Malè. Versiamo l’importo del primo mese in dollari, che ci eravamo procurati in Italia, mentre il saldo lo pagheremo in valuta locale prima di uscire dal paese.
Ci accordiamo per il gasolio, che ci verrà consegnato a bordo nel pomeriggio, in taniche, al prezzo di 0,92 US$/litro, qualche centesimo in più rispetto a quanto pagato a Galle; apprendiamo che il permesso di navigazione non è ancora arrivato dal Ministero del Turismo (!) ma probabilmente ci verrà consegnato insieme al gasolio.
Nella baia è all’ancora anche un catamarano con a bordo una coppia di canadesi; andiamo col dinghy a salutarli ed apprendiamo che fanno il nostro percorso fino a Chagos, che sono arrivati domenica e da tre giorni sono in attesa del permesso di navigazione: “Rassegnatevi - dice Sue - di sicuro dovrete aspettare anche voi quattro giorni”. La prospettiva non ci sorride molto, ma invece, poco prima del tramonto, accompagnato dal solito ufficiale della Custom arriva a bordo Assad con il nostro permesso di navigazione! Poco dopo ci si affianca una barca con a bordo quattro giovani, che trasbordano 7 taniche da 30 litri e con la massima cura, attrezzati con grandi asciugamani per non sporcare la coperta, si occupano personalmente del travaso nel nostro serbatoio, sotto lo sguardo soddisfatto e compiaciuto di Assad e dell’ufficiale.
Prima di salutarci, con grande gentilezza e quasi timidamente Assad ci dice: “Se non siete stanchi, ci piacerebbe offrirvi la cena a bordo di Refola: pensiamo a tutto noi, voi ci offrite un caffè, così possiamo stare un po' in compagnia e raccontarci le nostre storie”. Siamo sorpresi da questa richiesta, ma accettiamo volentieri.
Arrivano poco dopo le 20, sono tutti amici, due di loro erano in divisa durante l’ispezione: hanno con sé vaschette di riso condito con spezie e pesce, forchette, tovaglioli, cocacole.
Noi raccontiamo del nostro giro del mondo, loro della loro vita semplice, di cui però sono orgogliosi: nel villaggio abitano circa 500 persone; alcuni di loro che lavorano per il governo hanno avuto la possibilità di spostarsi nella capitale e guadagnare di più o fare carriera, ma hanno preferito restare. Pur essendo giovani, sono tutti sposati con 2 o 3 figli. Uno di loro è anche un appassionato cuoco e gli sarebbe piaciuto poter cucinare per noi la pasta al tonno fresco, che è una sua specialità.
“Noi purtroppo domani partiamo - diciamo un po’ dispiaciuti - ma fra qualche giorno arriverà un’altra barca italiana, Amandla, con a bordo il nostro amico Fabio, così potrai provare con lui”. “Bene - fa lui di rimando - se sono friendly come voi, sarà un piacere”.

Dopo il caffè e qualche sigaretta, la simpatica comitiva si congeda, con calorosi saluti.
Giovedì 28 marzo alle 10 assistiamo all’arrivo del catamarano “Vamonos” con a bordo Terry, l’australiano conosciuto a Galle, con cui abbiamo condiviso la gita turistica a Kandy. Col dinghy andiamo a porgergli il benvenuto: partito il giorno dopo di noi, ha fatto anche lui tutto il percorso a motore, ma in compenso ha pescato un grosso dorado! Gli lasciamo il nostro nuovo numero di cellulare, torniamo a bordo di Refola e salpiamo, con la prua verso sud. 

sabato 24 marzo 2018

TURISTI IN SRI LANKA (con foto!!!!)


Beh, turisti per modo di dire… in realtà durante questa sosta dobbiamo provvedere ad alcune riparazioni, la più importante delle quali è sul dissalatore e ci mette un po' di apprensione, perché affrontare l’oceano indiano senza autonomia di acqua è un bel problema.
Ma procediamo con ordine; lunedì 12 marzo prendiamo accordi con il Port Control di Galle via VHF canale 16 per entrare in porto e assolvere alle formalità: ci dicono di ancorare davanti all’imboccatura del porto ed attendere la “Navy”, che controllerà i documenti e ci scorterà all’ormeggio.
È prudente ancorare ad una certa distanza, per non intralciare le manovre di entrata e uscita delle grosse navi; prendiamo nota degli appunti di altri navigatori e fissando come riferimento un piccolo scoglio appena affiorante circa 800 metri ad ovest dall’ingresso del porto, caliamo l’ancora a metà strada (6°01.906’N 80°13.410’E, su 7 metri di fondale sabbioso).
La Navy non si fa attendere molto e, dopo un veloce controllo, rimane a bordo fino al piccolo marina all’estremità est del porto, oltre il Closenburg Pier. La cartografia non è dettagliata né precisa (ci pone con la barca a terra), le profondità sono regolari, circa 3,5 metri in bassa marea, escursione media di 80 cm. All’interno del marina non c’è onda, ma in compenso una corrente costante crea una discreta risacca che mette a dura prova cime e parabordi.

Dylan, giovane collaboratore del nostro agente, è già sul posto per aiutarci con le cime ed assisterci durante le formalità; tutto si svolge in tempi rapidi, anche se abbiamo la sensazione di essere precipitati in una sorta di burocrazia medievale: quando è il turno dell’addetto all’immigrazione, nel salutarci si rivolge al nostro agente per chiedere se c’è un omaggio per lui, poi vedendo il nostro imbarazzo (non eravamo assolutamente preparati), fa segno di lasciar perdere e se ne va.
Arriva poi la custom (dogana), un ufficiale in divisa sui 45 anni, che ci chiede le quantità di alcool, vino, birra, sigarette e tabacco stivate abbiamo a bordo. Naturalmente mentiamo spudoratamente, ma lui si limita a voler vedere le quantità dichiarate, senza fare ulteriori domande o ispezioni.
Durante il nostro ancoraggio al Watering Point avevamo conosciuto l’equipaggio di un catamarano della Sail Lanka, società di charter che fa attività sulla costa, ma ha la base a Merissa, circa 14 miglia più a sud; avevamo letto sul blog di Adina, una barca di inglesi passati di qui nel 2016, che avevano trovato un buon posto a Merissa, dove lasciare la barca in custodia e potersene andare in giro per più giorni.
Questa soluzione ci allettava; oltretutto una base di charter, solitamente, è anche attrezzata per riparazioni varie. Quando abbiamo esposto al nostro agente questo desiderio, ci ha subito stroncato: “Difficilmente potete ottenere il permesso di navigazione per Merissa, perché è un porto privato; Adina, che è stata nostra cliente, è stata l’ultima barca che ha potuto andarci”.
Ciononostante alla fine della visita esponiamo le nostre esigenze all’ufficiale della custom, il quale, stupendoci, ci dice che non c’è alcun problema, possiamo andare tranquillamente a Merissa e lo ripete anche all’agente.
“Bene - diciamo all’agente - è tutto risolto”, ma questi di rimando: “Non fidatevi, questo ha detto sì, ma se quando tornate per l’uscita c’è in turno un altro ufficiale potreste avere difficoltà (o peggio) per lasciare il paese, lasciatemi verificare nelle sfere alte”.
Dylan ci consiglia di chiamare un certo Paul se abbiamo bisogno di spostarci per andare in città o per negozi; Paul è un autista di tuk-tuk, così sono chiamati i piccoli taxi a 3 posti, una sorta di Ape Piaggio a tre ruote; lo chiama per noi, così possiamo recarci all’ATM e prelevare valuta locale, comprare la SIM card e fare un po' di spesa.

Dopo l’acquisto della SIM card un’altra sorpresa: a causa di violenti scontri avvenuti alcuni giorni fa tra la minoranza musulmana e i buddisti il governo ha dichiarato lo stato di emergenza e bloccato tutti i social media: quindi niente WhatsApp e Facebook!
Prima di sera arriva la risposta definitiva sull’ipotesi di spostarci a Merissa: è negativa, con la barca non ci possiamo muovere e quindi siamo costretti a restare a Galle. È la prima volta che ci capita una situazione del genere e siamo un po' amareggiati, ma le cose da fare sono tante e ci rassegniamo velocemente a prescrizioni e divieti.
Riprendiamo la manutenzione. Il dissalatore, croce e delizia di questa barca, ci ha mollato nuovamente: prima il motore 220V, che però abbiamo riparato in quanto si trattava solo del condensatore in corto, ma ora il guasto è sul tubo di mandata ad alta pressione, che non posso sostituire pur avendo il ricambio perché si è tranciato il filetto sulla flangia della membrana dove va avvitato.
Mi metto in contatto con il nostro dealer in Italia, che mi rassicura: si possono ordinare i ricambi e rimettere tutto a posto. Finalmente una buona notizia! Chiamo il nostro agente per avere l’indirizzo della spedizione, ma ancora una volta mi cadono le braccia: “A meno che non sia assolutamente necessario, vi sconsiglio di farvi spedire qualsiasi cosa qui, perché pur essendo tax free, il governo manda un commissario appositamente dalla capitale ed oltre alle spese di trasferta aggiungono tasse discrezionali, indipendenti dal valore e dal volume della merce”.
OK, passiamo al piano B: i nostri amici Umberto ed Ornella ci raggiungeranno alle Maldive fra circa tre settimane, così chiediamo loro di portarci i ricambi, e nel frattempo cercheremo di fare una riparazione di emergenza. Sarà comunque necessario partire con una buona scorta di acqua.
La riparazione di emergenza riesce solo in parte: il filetto è stato ricostruito facendo tagliare da una officina la parte guasta e saldando un nuovo terminale, però rimontata la flangia sulla membrana la tenuta con l’alta pressione è scaduta e c’è un po' di sgocciolamento.
Paul, il tuk-tuk driver, ci segnala un negozio di elettronica dove eseguono anche riparazioni, abbiamo l’inverter e il winch di sinistra con la scheda elettronica guasta. Purtroppo, nonostante la buona volontà del tecnico, non riusciamo a risolvere proprio niente, e anzi ci ritroviamo nel conto dell’agente 25 US$ in più, per il “Pass” concesso al tecnico per entrare nell’area portuale.
Nel marina ci sono altre 4 barche, con due delle quali, australiane, facciamo amicizia e ci scambiamo inviti per aperitivi e cene.
Terry è su un catamarano ed è diretto in Mar Rosso, via Maldive, Madagascar. Gary è su un ketch in ferro, molto spartano, da 32 anni vive in barca e fa il giramondo, ne ha viste e fatte di tutti i colori; con lui c’è Maurizio Furlan, ospite per un paio di mesi, australiano al 100% anche lui, ma con genitori italiani di Asiago, emigrati nel 1930. Tutti sono nostri coetanei.
A Galle, tra un giro e l’altro, visitiamo la fortezza, situata sul lato opposto della baia: era la vecchia cittadina coloniale costruita dagli olandesi ed ora è occupata quasi esclusivamente da alberghi e ristoranti.

Per la prima volta dall’inizio del giro (2012), decidiamo di fare i turisti e di lasciare Refola per 3 giorni, dopo esserci assicurati l’elettricità in banchina per far fronte alla sete di corrente dei nostri tre frigoriferi pieni di leccornie. Si uniscono a noi anche Terry e Maurizio, mentre Gary rimane a bordo a fare la guardia alle barche.

Il programma è serrato: sabato mattina alle 7.50 treno fino a Colombo, la capitale dello Sri Lanka. Qui ci separeremo temporaneamente dai nostri compagni di viaggio: noi andremo a trovare i familiari di Marcus, da anni nostro collaboratore domestico a Verona, che vivono a Negombo, piccolo centro una trentina di km più a nord. Terry e Maurizio prenoteranno anche per noi un hotel in città, e ci rivedremo la sera.
Domenica proseguiremo su Kandy, meta turistica a 500 metri di altitudine, che si raggiunge in treno con un itinerario panoramico. Lunedì rientro a Galle.
La nostra deviazione a Negombo è stata fantastica. Michele, amico di famiglia dei nostri conoscenti, è venuto a prenderci alla stazione; anche lui ha lavorato a Verona per 14 anni, poi è rientrato al suo paese con la moglie e i due figli. Ora ha investito i suoi risparmi nell’acquisto di due barche da pesca d’altura, che affitta ottenendo anche una percentuale sul pescato.
Il porto dei pescherecci è sulla strada per Negombo, così Michele vi ha fatto una sosta per mostrarci un’altra barca, simile alla sua, i cui proprietari sono un veronese ed uno srilankese: come si chiama questa barca? Verona- Lanka, naturalmente!

Lunga 15 metri, esce con un equipaggio di 6 pescatori oltre il comandante, con le stive cariche di ghiaccio ed esche di pesce azzurro congelato. Percorre centinaia di miglia per mettere in acqua una linea che le boe tengono sospesa a 20 metri dalla superficie, da cui si dipartono migliaia di ami che scendono di ulteriori 20 metri sottacqua. Per poterle individuare facilmente al momento del recupero, alcune boe sono dotate di segnale radio. Quando la stiva è piena di pescato o si è superato un mese di permanenza in mare, rientrano; vendono il pesce, pagano le spese e dividono il ricavato. Quando va male, rientrano appena con le spese.

A casa di Marcus troviamo ad attenderci la moglie Christine con la figlia, che avevamo già conosciuto a Verona. Sono contente di vederci, Christine ha preparato per noi un pranzo sontuoso, accompagnato da una bottiglia di vino italiano, spedita appositamente da Marcus.


Facciamo i nostri più sinceri complimenti a questa giovane famiglia; grazie al lavoro di Marcus hanno costruito una casa bellissima, che unisce il gusto locale tradizionale alle comodità tipiche delle nostre abitudini occidentali.
Nel tardo pomeriggio Michele ci riaccompagna a Colombo, dopo averci fatto conoscere la sua famiglia e a sua volta mostrataci la sua grande casa, poco distante, con un bellissimo e vasto giardino.

L’appuntamento a Colombo con Terry e Maurizio è all’hotel che hanno prenotato in centro, in una via stretta, piena di negozi di ori e pietre preziose. Quando arriviamo sul posto, una volta individuata la meta, restiamo allibiti: “l’hotel” non ha un vero e proprio ingresso, bensì vi si accede dalla strada attraverso uno stretto corridoio (due persone non possono passare contemporaneamente) che conduce ad una lercia scala interna.

Al secondo e terzo piano ci sono le “camere”: bui sgabuzzini senza finestre, con WC e simil-doccia privata dall’aspetto davvero poco invitante. Lilli ed io non siamo troppo schizzinosi, ma un tugurio è un tugurio… ciliegina sulla torta, la “nostra” stanza ha anche l’aria condizionata guasta, quindi l’aria è irrespirabile.
Il gestore, vedendo le nostre reazioni, dice “Ma abbiamo anche una stanza più arieggiata” e ci mostra un altro orrendo sgabuzzino con grate di mattoni sopra la porta, che prendeva aria dal corridoio… “No grazie” rispondiamo il più gentilmente possibile, salutiamo i nostri amici e ci diamo appuntamento l’indomani in stazione per prendere il treno per Kandy.
Abbiamo un altro indirizzo, lì vicino, già visitato da Terry e Maurizio, che lo avevano scartato perché aveva una sola stanza libera, ma ci rendiamo subito conto che non è molto diverso dal precedente; il proprietario, comunque molto cortese, ci fornisce indicazione per un vero hotel, con tanto insegna, reception, sala di attesa, 30 € /notte anziché 13 € del tugurio.
La sera mangiamo in un simpatico ristorante indiano, frequentato da gente locale, ma rimaniamo delusi della città: alle 8 di sera le strade sono semideserte, sporche e buie e siamo in centro città!
L’indomani alle 8.30 siamo alla stazione, ritroviamo gli amici australiani e prenotiamo l’intercity per Kandy, carrozze riciclate da qualche paese più ricco, ma posti numerati. Il viaggio dura circa 2 ore e trenta minuti e nella seconda parte risale con ampie curve fino a quota 500 metri, con una bella vista sulla verde vallata.
Arriviamo con mezz’ora di ritardo a causa di rallentamenti e lavori lungo la linea.

Questa volta ci siamo informati su internet per la prenotazione alberghiera ed abbiamo alcuni indirizzi; essendo Kandy una città molto turistica, c’è ampia scelta. Il primo che andiamo a vedere è in centro, non eccezionale, ma le camere sono grandi, finestrate, con aria condizionata. Il gestore ci fa lo sconto perché non abbiamo prenotato con Booking.com: 2700 rupie/notte compreso la prima colazione. Sono circa 14 €: accettiamo senza esitazioni.

A differenza di Colombo, la vocazione turistica della città si nota subito, non solo per le diverse etnie in circolazione, ma anche per il centro pieno di negozi e ristoranti aperti fino a tardi. Gli scontri tra estremisti musulmani e buddisti erano avvenuti proprio qui, ma non ne vediamo alcuna traccia e si respira un’aria di assoluta normalità e tranquillità.

Un bel tempio buddista, in cui si dice sia conservato un dente del Buddha, si affaccia su un piccolo lago, mentre l’intera città è dominata da un’enorme statua del Buddha situata sulla sommità della collina. Nel pomeriggio, in un piccolo teatro, ci godiamo uno spettacolo di danza in costumi e maschere tradizionali, accompagnata da musica dal vivo di sole percussioni. La visita al tempio, invece, ci viene negata: i miei pantaloni arrivano appena sopra il ginocchio, e per pochi centimetri sono fuori norma!


Il giorno seguente prima di intraprendere il viaggio di ritorno visitiamo il bellissimo orto botanico, una tenuta di 60 ettari, con piante e fiori classificati ad uno ad uno. Ci sono uccelli di mille tipi, scimmie e … pipistrelli!





Alle 12.50 prendiamo il treno che ci riporta a Colombo: 2 ore e 30 purtroppo interamente in piedi, stipati come sardine. Una sosta di 60 minuti per la coincidenza, e poi altre 2 ore su un treno ancora più pieno del precedente, solo nell’ultima mezz’ora riusciamo a sederci. Rientriamo in barca, a Galle, alle 19.30, quasi distrutti.

Gli ultimi giorni sono riservati ai rifornimenti. 240 litri di gasolio ci vengono consegnati in taniche da 20 litri, paghiamo 145 rupie/litro compreso il trasporto, (circa 0,72 €/L), il prezzo per i locali è 100 rupie/litro. Altri navigatori suggerivano di andare con il tuk-tuk e rifornirsi con un paio di taniche alla volta direttamente al distributore, passando poi il controllo del porto con qualche birra di mancia, ma noi abbiamo preferito la via maestra, spendere 50 € in più ma completare il rifornimento in mezz’ora.
L’acqua non è disponibile in banchina, arriva con un’autobotte (8 US$ per 1000 litri). Viste le condizioni del nostro dissalatore, facciamo il pieno del serbatoio da 1000 litri; avanzano 300 litri, con cui riempiamo le taniche dei nostri amici australiani.
Per la cambusa, siamo già stati informati che la spesa va fatta un po' alla volta, un cartone di birra oggi, uno domani e così per la frutta, verdura e il supermercato. Tonino del Magic ci ha anche indicato un supermercato, vicino al porto: Sea Far City Food gestito da MUDGHEE, un signore che parla italiano, molto attento ai clienti esigenti e disponibile ad aiutarti per esempio avvisandoti quando arrivano i prodotti freschi.
Arriviamo alla vigilia della partenza: l’agente ci invia il conto da pagare, nessuna sorpresa, a parte l’aggiunta di 25US$ per ottenere il pass del tecnico elettronico (inizialmente ne avevano chiesto 50 US$, ma abbiamo protestato e la fattura, come per magia, si è dimezzata).
Ecco il dettaglio per chi è interessato a passare di qui:
Ormeggio al Marina              - US$ 100.00 (tariffa per un mese, anche se la sosta è inferiore)
Pratiche di Check In & Out   - US$   60.00
Outward Port Clearance       - US$   20.00
Tariffa Agente                        - US$ 100.00
Elettricità per 7 gg                 - US$ 17.00 (a consumo)
Acqua 1000 litri                      - US$ 8.00

Sabato 24 marzo abbiamo una discreta finestra meteo per proseguire alle Maldive: circa 3 giorni di navigazione per coprire le 445 miglia fino a Uligamu, l’atollo più a nord dove faremo l’ingresso.
Alle prossime!